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Il 17 Dicembre scorso, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e quello cubano Raùl Castro hanno annunciato la riapertura delle relazioni internazionali tra i due No all'embargoPaesi dopo mezzo secolo di isolamento a causa dell’embargo decretato da Washington nel 1963. Si vocifera che la mediazione di Papa Francesco sia stata fondamentale perché le parti giungessero ad un accordo. La notizia è stata accolta con molto clamore soprattutto dai cubani che aspettavano da anni questo evento, segno che la politica dell’assedio ha avuto un effetto così devastante non solo sotto l’aspetto economico ma anche sociale.

Sarebbe bene, però, analizzare la situazione con i piedi ben piantati a terra. Infatti, nonostante le dichiarazioni di parte e la liberazione di prigionieri politici da ambo le parti, non è stato siglato alcun accordo formale. Il 21 Gennaio, una delegazione americana ha discusso con L’Avana i termini per la normalizzazione dei rapporti bilaterali senza che le parti giungessero ad una conclusione, fermo restando che entrambe hanno  manifestato l’intenzione di riprendere in futuro le trattative. Quindi, sul piano strettamente legale, non è stato concluso nulla. Inoltre, il presidente Castro ha dichiarato alla Bbc qualche giorno dopo l’incontro di << non fidarsi della politica degli Stati Uniti, ma di essere favorevole ad una soluzione pacifica dei conflitti >>.

Vi sono delle vicende che il governo cubano deve affrontare con minuziosa attenzione. La possibile riapertura delle relazioni consentirà una più consistente ondata di turisti che dovranno essere sapientemente accolti. Il problema è che a Cuba mancano le infrastrutture per far fronte a questo salutare vento di liberalizzazione. Le strutture alberghiere sono fatiscenti, per la maggio parte, e non riusciranno a contenere oltre l’abituale numero di turisti.  A questo va aggiunto che si renderà necessario rimodernare strade, aeroporti, fognature, rete idrica,raccolta rifiuti e settore delle telecomunicazioni visto che Cuba si potrà finalmente affacciare su un mondo nuovo rispetto a quello che aveva lasciato negli anni ’60.

Si muoveranno, soprattutto, capitali. Senza la minaccia di una rappresaglia americana, gli investitori potranno fare il loro ingresso sull’sola ed il governo avrà la responsabilità di riuscire a garantire loro gli strumenti per operare in sicurezza e al meglio delle loro capacità, oltre che essere capace di allocare le nuove risorse per la ricostruzione di un Paese in cui vi è un netto divario tra ricchi e poveri e tra chi lavora nel settore pubblico ed in quello privato. Nuovi capitali porteranno nuove opportunità di lavoro ed un ridimensionamento della figura onnicomprensiva dello Stato nella vita dei cittadini.

Intanto, un primo effetto della riapertura informale delle relazioni tra USA e CubaRaùl Castro porterà il piccolo Stato a partecipare per la prima volta al Vertice delle Americhe. Vi prenderanno parte importanti Paesi latinoamericani che negli anni si sono battuti perché Cuba partecipasse all’incontro. Adesso sarà finalmente possibile. In quell’occasione, Obama e Castro potranno incontrarsi vis-a-vis per definire in modo più marcato i contorni delle loro future relazioni. Questo già è un passo importante.

Certo, è assurdo che un Paese rimanga isolato per più di cinquant’anni contro il suo volere soprattutto alla luce di un diritto internazionale che si è consolidato negli ultimi decenni. La mossa americana sarà stata attentamente studiata da Washington visto che la recessione ha colpito gli States più di quanto ci si aspettasse. La sfida alla Cina, la scoperta di nuovi giacimenti petroliferi in casa e le sanzioni imposte a Mosca hanno preparato un terreno fertile su cui poter imbastire la strategia per rafforzare la loro posizione nel panorama economico mondiale. Riavvicinarsi a Cuba significa aprire nuovi e floridi sbocchi economici. Assurdo, al di là di tutto, che ci sia voluto così tanto tempo per capirlo.

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