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izzoAd un angolo della strada, ai piedi di un distributore automatico di sigarette o all’ingresso di un supermercato capita quotidianamente di incontrare dei senzatetto , dei vagabondi o, più elegantemente, clochard. Pochi si intrattengono con loro per discutere o si soffermano a considerare la loro difficile condizione, vuoi per disgusto o per paura. Ci si rende conto della loro presenza solo quando i tg danno notizia della morte di alcuni di loro ma solo per allertare gli ascoltatori dell’imminente arrivo del freddo invernale. È sempre grande l’indifferenza verso questi morenti; d’altronde, l’abito fa il monaco, checché se ne dica. Izzo va controcorrente e nel suo romanzo e fa luce sulla vita disperata e contorta dei clochard. La maggior parte di loro diventa tale a causa di complesse vicissitudini o gravi errori. Il conto che devono pagare è troppo salato ed eccoli lì con un cartone di vino in mano, sigaretta in bocca e sguardo spento che fissa una panchina del centro. Durante il viaggio verso Sud, il protagonista, Rico, incontra diversi morenti come lui che decidono di affrontare la loro esistenza in modo diverso. C’è Marjana, la prostituta bosniaca spogliata dei suoi averi e della sua famiglia dalla guerra balcanica, simbolo della miseria materiale e spirituale costretta a concedersi per vivere (“ è sempre più umiliante per le donne che per gli uomini”). C’è Julie, il meno vagabondo ma non per questo meno morente poiché cerca di ingoiare i bocconi amari del suo matrimonio rifugiandosi nell’alcol. Rico incontra anche Felix, Hyachinte ed i giovani erranti, ragazzi africani sfuggiti alla miseria delle loro terre. Ciò che più colpisce è la straordinaria facilità di immaginare i desideri più semplici e quotidiani di queste persone che spesso non ci si rende conto di avere attorno. Izzo descrive il mondo della strada con semplicità e allo stesso tempo con malinconia. Colpisce, inoltre, la sconfitta morale dei personaggi; quella sconfitta che porta Rico ad aspettare la morte quasi a braccia aperte. Izzo scrive “ esiste un legame, tra rabbia e disperazione, che unisce gli essere rifiutati”. Ed io mi chiedo: perché dovrebbero esistere degli esseri rifiutati?

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